Tangerine Dream – Electronic Meditation

I Tangerine Dream sono la creatura del pittore, scultore e musicista Edgar Froese: questi formò dapprima la cover-band degli Ones nel 1965 e, dopo svariati concerti privati ​​(in particolare per Salvador Dalì, in Spagna), la band cambiò il proprio nome nel settembre del 1967 in Tangerine Dream, omaggiando i Beatles di “Lucy In The Sky With Diamonds” (“tangerine trees and marmalade skies“). Nonostante una formazione iniziale abbastanza instabile, con musicisti poi spariti nel nulla, il gruppo ebbe modo di farsi notare allo Zodiac di Berlino, uno dei locali fondamentali dell’underground tedesco (celebre fu un loro concerto improvvisato, durato ben sei ore!), per poi essere completamente rifondato da Froese che, nell’autunno del 1969 per l’Essen Festival, chiamò a sè Conrad Schnitzler (un proprietario di un night club berlinese che faceva parte dei Kluster) ed un giovane Klaus Schulze (futuro Ash Ra Tempel), entrambi “part-time” e coi quali, sotto la guida del professor Kessler (uno studioso di musica contemporanea), Edgar Froese si diresse verso la strada del rock elettronico, di cui sarà uno dei più influenti precursori.

Nel 1969, ho incontrato Klaus a Berlino. Era un pessimo batterista, ma aveva quella sorta di pazzia che stavo cercavo. Questo è quanto è successo con i Tangerine Dream nel corso degli ultimi 10 anni. La persone che hanno fatto parte della band vi ci sono entrate perché avevano questa sorta di follia. Questo è quello che penso: è il genere di musica che non si può creare se si è assolutamente normali. […] Electronic Meditation è stato fatto da dilettanti assoluti. Non siamo riusciti a gestire il nostro equipaggiamento, e durante quel periodo di registrazione non abbiamo potuto riscontrare l’interesse di nessuna casa discografica. Ralf-Ulrich Kaiser si era interessato e ci ha dato un po’ di soldi“. (dall’intervista di Edgar Froese con Neumusik, del gennaio 1980)

Già dalla copertina, con una bambola senza testa racchiusa nei marchingegni di un sintetizzatore, si capisce che si ha a che fare con un album del tutto peculiare; nessuna registrazione ufficiale è sopravvissuta al periodo del 1967-69 e anche l’uscita di Electronic Meditation (1970) pare essere stata più un incidente che qualcosa di premeditato: registrato in una fabbrica in affitto a Berlino Ovest nell’ottobre del 1969, utilizzando solo un duplice registratore Revox, l’album sposa in un unico prodotto atmosfere free jazz, musica elettronica e rock psichedelico, passando da strumenti convenzionali come la chitarra, l’organo, la batteria ed il violoncello ai vari dispositivi eseguiti da Edgar Froese (organo Farfisa, pianoforte elettrico), fino a suoni più casu3149709_origali come vetri rotti, pergamene a fuoco e piselli secchi scossi in un setaccio. Un demo uscì da queste sessioni e venne consegnato al giornalista Rolf-Ulrich Kaiser (l’inventore del termine “musica cosmica”), che aveva appena fondato la sua casa discografica, la leggendaria Ohr Records; Kaiser era estremamente entusiasta della loro musica e offrì ai Tangerine Dream la possibilità di produrre un loro album, a condizione che accettassero il suo suggerimento per il titolo ed il disegno di copertina: naturalmente, i Tangerine Dream accettarono questa offerta, anche se la nomenclatura del disco, “meditazione elettronica”, risultava piuttosto fuorviante, dato che non un solo strumento elettronico vero e proprio era stato utilizzato su questo album.

Electronic Meditation è il primo capitolo della saga dei Tangerine Dream e di un catalogo discografico che, per quantità, trova pochi eguali nella storia. Anche se non vi sono eccessi meditativi o elettronici, e risulta appartato in un mondo proprio rispetto al resto della produzione del gruppo, questo è un album che di certo anticipa alcuni ingredienti chiave del suono dei Tangerine Dream; considerato la risposta tedesca a A Saucerful of Secrets  (come viene specificato sulle note di copertina), è sicuramente un grande album di psichedelia elettronica, scalfito dai timbri acidi della chitarra di Froese e dall’originalità da neofita dei tocchi di violino e violoncello di Schnitzler, mentre Schulze si limitó alla sola sezione ritmica e furono inoltre presenti, anche se non accreditati, Thomas Keyserling ai flauti e Jimmy Jackson all’organo. Electronic Meditation, per certi aspetti, può essere considerato come un concept-album: difatti, il brano d’apertura e quello di chiusura recano il nome di Genesi e Resurrezione, un dato che porta a pensare come tutto il disco parli in qualche modo del ciclo vitale dell’uomo, prima e dopo la morte.

L’apertura biblica di “Genesis” consiste fondamentalmente in una serie di droning, in una composizione che si apre in maniera abbastanza oscura e cerebrale, per dar vita ad una litania ancestrale che si dimena tra suoni di chitarra, generatori di frequenza, torturate parti di violoncello, flauti dissonanti ed i brontolii esoterici dei tamburi; la traccia non è altro che una sorta di visione distorta di un’alba, un gemito melodico che freme nel bene e nel male di un giorno e di una vita che nasce, con il flautista Thomas Keyserling (non accreditato sulla versione originale) che ribolle ed offre un glissando al culmine della convergenza sinergica con Shulze, che suona rude come un uomo delle caverne. La pericolosa “Journey Through A Burning Brain” è uno dei pezzi forti del disco, una composizione che si svolge distorta e che termina in un tripudio di disordine e follia, tra blues ed acid rock, con la netta influenza delle jam di Jimi Hendrix insieme a quella – ovvia – dei primi psichedelici Pink Floyd. La sporca “Cold Smoke” parte invece elettronica, per poi proseguire all’insegna delle percussioni e morire nel rock, in una escalation che rompe ogni respiro e in cui farfuglia un elegante organo alla ricerca di un equilibrio tra il Krautrock e la psichedelia. Nella seconda metà della traccia, Edgar Froese si impone con un egemonico assolo di chitarra che sfuma da un canale stereo all’altro mentre Klaus Schulze lo sostiene diabolicamente con la batteria, ricordando a tratti Nick Mason. La travolgente “Ashes To Ashes” è fondamentalmente un numero blues acido, non dissimile dai contemporanei Grateful Dead: si tratta di un grido strumentale lontano anni luce dall’impressionismo mistico della loro produzione successiva (con solo Froese superstite da questo trio) mentre il numero di chiusura Resurrection“, ricamato su un tessuto di organo meditativo, si fa largo tra gli ambigui vaneggi vocali registrati al contrario di Edgar Froese, intento a leggere sul retro di un biglietto del traghetto da Dover a Calais offrendo alcune informazioni riportate su un passaporto inglese; dal punto di vista strumentale, la traccia non è altro che la combinazione di parti prese da altri brani dell’album (in particolare “Journey Through a Burning Brain” e “Genesis”) e chiude il disco con un’auspicata resurrezione tra suoni sinistri e mistiche promozioni. 

Giunti alla fine, è ormai evidente come il suono dei Tangerine Dream non sia ancora così inglobato nella forma elettronica, dato anche il grande uso di strumenti acustici, ma l’impressione ricevuta è, piuttosto, quella di una vasta serie di jam session registrate quasi al volo, come è il caso dell’album di debutto degli Amon Duul, ma con molta più abilità strumentale.

Dopo questo album, a causa di alcune divergenze artistiche e personali, i Tangerine Dream abbandoneranno l’originaria formazione a terzetto e le sperimentazioni aleatorie per concentrarsi su atmosfere più pulite e cosmiche: con il batterista Christopher Franke (ex Agitation Free) ed il tastierista Steve Schroeder, Edgar Froese diede vita ad Alpha Centauri (Ohr, 1971), un disco che definì in maniera precisa le coordinate per la Kosmiche Musik; giunti a questo punto, era chiaro che con solo qualche accordo d’organo, poche linee di chitarra distorte ed evocativi effetti sui sintetizzatori, i Tangerine Dream, citando Julian Cope, “sarebbero riusciti a fare atmosfera anche con rutti e scoregge“. L’anno successivo, il contemplativo Zeit lanciò alla storia un’altra pietra miliare, con la line-up classica che si fossilizzò per anni in Froese, Franke e Baumann (con qualche ospite), mentre la sinfonia sconvolgente di Atem (Ohr, 1973) chiuse il capitolo Ohr ed anche il periodo tedesco, lanciando la band nel mercato internazionale della Virgin Records ed in quello delle colonne sonore. Ad oggi la discografia dei Tangerine Dream consta di oltre cento titoli, un fatto che si tradusse per forza di inerzia in una perdita di spontaneità artistica, in una successione di album diluiti ed indistinguibili, accettando nel tempo compromessi sempre più evidenti. 

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